28.10.2007

MARCO ONGARO "Anni Ruggenti"

Il titolo, unito al nome del gruppo che lo accompagna (Storyville Jazz Band) è già una dichiarazione programmatica esplicita. Marco Ongaro, come aveva lasciato intendere con la pubblicazione di “Archivio Postumia”, sterza completamente dal rock cantautorale che ha caratterizzato i lavori precedenti, alle sonorità tipiche che hanno accompagnato gli anni ’20 americani. Il repertorio è inedito, ma il miscuglio di dizzieland, charleston al blues, ragtime e fox-trot è talmente fedele alle atmosfere del tempo da sembrare contemporaneo al proibizionismo. La differenza d’epoca si fa apprezzare nei testi. Marco prosegue infatti nel suo personalissimo lavoro di corteggiamento con la storia, in piena coerenza con quanto ci era stato possibile leggere ed ascoltare nei lavori precedenti. Dopo la magia di Merlino e Ginevra, la fede facile (perché giustificata dai miracoli) di Bernadette Soubirou, l’eloquenza ambigua di Henri Landau, il mondo di Ongaro si popola dei fantasmi spregiudicati di un’epoca affamata di vita e di benessere, ma destinata scontrarsi con gli orrori dei decenni che seguirono. I protagonisti del racconto in musica sono quindi Al Capone, Bonnie e Clyde, Faccia d’Angelo, un universo popolato di bulli e pupe, denso dei fumi d’alcol delle distillerie e dei locali clandestini, solcato dalle sirene della polizia e da raffiche di mitra.
La lettura del periodo che Ongaro propone trasuda sensibilità e cultura e non sorprende: il punto di vista è, come in passato, non quello distaccato e storiografico, non quello narrativo, ma piuttosto il disincantato guardare al passato arricchendo la cronaca con le ombre malinconiche o taglienti del senno di poi. Storie di uomini e donne, quindi, portatori di convinzioni e valori che, lette “in contemporanea” assumono valore assoluto, ma che, guardate con uno stacco cinematografico su campo lungo, evidenziano il disagio di una tensione nella ricerca di un senso mai pienamente realizzato. Proprio da questa prospettiva emerge, ancora una volta, la dimensione “religiosa”, o forse sarebbe meglio dire “sovrumana” della musica di Marco.
“Anni ruggenti” è un lavoro che stenta a lasciarsi immaginare nella sola dimensione discografica: talmente estraneo dalla musica di oggi da risultare difficilmente collocabile in ambito radiofonico, talmente circoscritto in un preciso contesto musicale da selezionare da solo gli appassionati che possono amarlo fino in fondo. E’ facile invece contestualizzarlo in ambito teatrale, come colonna sonora di un musical alternativo, che, associando immagini, documenti, coreografie e recitato, possa dimostrare come possibile la dimensione colta della musica e dello spettacolo.

Giacomino Ricci