Lunedì 7 Maggio 2007


L’opera di Marco Ongaro su musiche del maestro Andrea Mannucci replica nel debutto italiano di Desenzano il franco successo riportato a Parigi
Kiki, arte come missione
Eccellenti conduzione e regia. Ovazioni per la Mouscadet


“Alice Prin è morta!Evviva Kiki”. Missione compiuta, e all’Auditorium “Celesti” di Desenzano del Garda (che in verità richiama, nella sua intima morfologia, certi piccoli teatri parigini e off-Broadway), che ha ospitato la prima italiana dell’opera lirica contemporanea «Kiki de Montparnasse», scattano gli applausi, in primis per lei, la protagonista, la soprano Lucie Mouscadet.
A questo punto, la dodicesima e ultima scena intitolata «Non ne farò un catalogo», Kiki è vicina alla fine, goffa nei movimenti e sfiorita nelle fattezze, e il suo proclama di vittoria è velato dalla dolente malinconia proveniente, appunto, dalla consapevolezza che il fulgore è passato per sempre. Ma di vittoria e di riscatto si tratta. Kiki de Montparnasse, nata Alice Prin nella provincia borgognona, di origini povere, una «gavetta» da prostituta alle spalle, ha compiuto la sua missione, quella per cui è nata. Negli anni migliori della sua vita- quelli, come lo definisce il librettista dell’opera, Marco Ongaro, del «terzo rinascimento occidentale» parigino, dopo le epoche auree di Atene e Firenze- lei, con la sua bellezza radiosa e maieutica, ha illuminato i grandi artisti, quelli che a loro volta compiono la missione di illuminare il mondo. E’ lei stessa a cantarlo, nella sesta scena intitolata «La Colletta».
Marco Ongaro, già in più di un suo precedente lavoro, ha evidenziato la sua alta concezione dell’artista come «benefattore» del mondo, capace di disegnare la strada che porta dal volgare al sublime. Ma in questa «Kiki de Montparnasse» risalta ancora di più, e ancora una volta, la sua predominante ammirazione per la donna, per la Musa indispensabile alla creazione artistica. Attorno a lei sfilano - in questa convincente opera lirica contemporanea che corre fluida sulle musiche del maestro Andrea Mannucci eseguite dall’Ensemble Strumentale Ned- come figure rotanti sulle note di un immaginario, ipnotico carillon, alcuni grandi del Novecento, da Utrillo a Modigliani, da Man Ray a Heminghway, da Foujita a Soutin, di volta in volta interpretati dal tenore Arnaud Le Du e dal baritono Vincent Billier. Ma questi geniali artisti, in confronto a lei, sembrano quasi bambini inconsapevoli, immersi, sì, nelle loro personali urgenze espressive, ma non in grado di cogliere, come invece è la povera, incolta modella Kiki, il ruolo oggettivamente sublime dell’arte. Prima che cali definitivamente il sipario, Kiki lo sottolinea ancora: la sua «missione» non è stata quella di arrivare alla celebrità personale, ma di essere stata il catalizzatore decisivo, fors’anche sine qua non, perché dagli artisti sopracitati scaturissero i capolavori.
Insomma, la Kiki di Ongaro e di Mannucci non è la vamp veleggiante solo sull’istinto e la non consapevolezza. E’ lei quella che ha davvero capito tutto, che sa come «far funzionare» i suoi altrimenti squattrinati e forse sbandati amici artisti.
E così anche la regia di Chloe Latour ha cucito addosso a Lucie Mouscadet una Kiki che non si lascia travolgere dall’ebbrezza del successo, che quasi mai va sopra le righe e fuori controllo (se non nella turbinosa scena del Can Can). E forse, dal punto di vista della complessiva dinamica dell’opera, questa tendenza alla misura, al rispetto - sembra un ossimoro - della razionalità del sublime, ne costituisce l’unico limite (naturalmente, trattandosi di una prima, il margine di miglioramento c’è).
Andrea Mannucci è stato abile nel dare all’opera una veste sì eterogenea, non priva di richiami classici e a certo minimalismo contemporaneo (per esempio con certi passaggi alla Philip Glass). Ma il tono efficamente dominante è popolare, di accattivante impatto melodico; si avvertono echi del cabaret e della canzone di Weill, ci sono momenti di atmosfera da giostra circense, e l’arrembante motivo ricorrente che si annuncia con l’incontro tra Modì e Utrillo, nella quarta scena, potrebbe rientrare nella tradizione di certe ”opere rock” anni ‘70.

Beppe Montresor